Controllo di gestione
Dal 2019 ogni società italiana deve avere un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato. La norma non dice come dev'essere fatto, ma dice a cosa deve servire: capire con almeno dodici mesi di anticipo se l'azienda regge. Qui cosa chiede il Codice della crisi, perché il bilancio da solo non risponde, e da dove si comincia.
Gli adeguati assetti organizzativi sono l'obbligo, per ogni impresa che opera in forma societaria, di dotarsi di strumenti che permettano di accorgersi per tempo di uno squilibrio e di verificare se l'azienda regge nei dodici mesi successivi. Lo stabilisce l'art. 2086 del codice civile, e l'art. 3 del Codice della crisi d'impresa dice cosa questi strumenti devono consentire. Nessuno dei due articoli chiede un documento da tenere nel cassetto. Chiedono una capacità: guardare avanti con dei numeri in mano. Il bilancio guarda indietro, e da solo non basta.
Per una PMI fra i 2 e i 15 milioni di ricavi, che di solito non ha un direttore finanziario in organico, questo significa una cosa precisa. L'obbligo coincide con il controllo di gestione che molte aziende di quella dimensione non hanno ancora costruito, e che servirebbe anche se la norma non esistesse.
Il punto di partenza è l'art. 2086, comma 2, del codice civile, introdotto dal D.Lgs. 14/2019. L'imprenditore che opera in forma societaria o collettiva:
«ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell'impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l'adozione e l'attuazione di uno degli strumenti previsti dall'ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale».
Tre parole pesano più delle altre. «Adeguato alla natura e alle dimensioni»: non esiste un modello unico, e un'azienda da tre milioni non deve avere l'assetto di una da trecento. «Tempestiva»: il tempo conta quanto il contenuto, e accorgersi di una crisi quando è già in bilancio non è tempestivo. «Senza indugio»: una volta visto il problema, aspettare è di per sé una violazione.
Cosa voglia dire «adeguato» lo precisa l'art. 3 del Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza, nella versione modificata dal D.Lgs. 83/2022. Al comma 3 dice che le misure e gli assetti devono consentire di:
La seconda lettera è quella che cambia la natura dell'obbligo. «Almeno per i dodici mesi successivi» è una richiesta sul futuro, e nessun dato storico può soddisfarla. Un'azienda può avere la contabilità in ordine, il bilancio depositato nei termini e i conti quadrati al centesimo, e non essere in grado di dire se fra otto mesi pagherà le rate. Alla domanda della norma quella azienda non sa rispondere.
Il comma 4 aggiunge quattro segnali di allarme, con le loro soglie:
Sono utili come limite esterno, ma arrivano quando il problema è già in casa: stipendi fermi da un mese, fornitori non pagati da tre. La norma li chiama segnali, e chiama assetto quello che permette di non arrivarci.
Il bilancio è un documento a consuntivo. Racconta un anno che è già finito, e lo racconta mesi dopo la chiusura. La domanda della norma riguarda dodici mesi che devono ancora cominciare. Fra le due cose c'è uno scarto che nessuna riclassificazione colma: si può leggere il passato con tutta la precisione possibile, e resta il passato.
Gli strumenti che rispondono alla domanda prospettica sono conosciuti, e nessuno è complicato in sé:
Il punto è che questi strumenti vanno costruiti sui dati dell'azienda e tenuti vivi. Una previsione di cassa fatta una volta per la banca e mai più aggiornata vale quanto nessuna previsione.
Qui entra una questione di perimetro, che vale la pena dire con precisione. Il commercialista tiene la contabilità, redige il bilancio, cura il fisco: lavora sul consuntivo, e lo fa bene. La verifica sui dodici mesi successivi richiede strumenti previsionali che in genere non rientrano in quel mandato. Non è una carenza di qualità, è un confine dell'incarico. La conseguenza pratica è che in molte PMI la domanda della lettera b non ha un proprietario: nessuno la fa, perché nessuno è stato incaricato di farla.
Ed è qui che le aziende sono indietro davvero. Non sullo strumento, che spesso esiste in qualche forma, ma sulla routine: un momento fisso ogni mese in cui i numeri previsti si confrontano con quelli reali, qualcuno li legge, e da quella lettura esce una decisione. Sono quelle routine a fare da presidio sulla performance, e a funzionare come prevenzione. Un assetto senza routine è un file.
Da quando la norma esiste, l'osservazione più costante è che le aziende non la recepiscono. Una piccola impresa fatica già a fare il proprio lavoro, e recepire una norma è un costo che nessuno accoglie volentieri. Ci si arriva quando diventa obbligatorio, e diventa obbligatorio quando la situazione è già compromessa: una banca che chiede il piano, un fornitore che sospende le consegne, un revisore che scrive. A quel punto un assetto costruito in fretta serve a documentare la crisi, e a poco altro.
Un esempio aiuta, e va dichiarato per quello che è: un caso di controllo di gestione, non un incarico sugli adeguati assetti. Una PMI di servizi, tre persone, apre una nuova sede con un finanziamento di 120.000 euro e circa 20.000 euro al mese di costi operativi. Il business era avviato e i clienti c'erano. La domanda in azienda era una sola: i soldi bastano fino a fine anno? Nessuno sapeva rispondere, e non per mancanza di dati. Mancava uno strumento che li mettesse in fila nel tempo. Con una previsione di cassa mensile e i file di margine per singolo progetto la risposta è arrivata, e il finanziamento è stato diviso in due tranche allineate ai momenti in cui i costi si presentavano. La domanda a cui quella azienda stava rispondendo è esattamente quella della lettera b, e nessuno l'aveva mai chiamata così. Il caso completo è nella pagina su come una PMI di servizi ha gestito l'apertura di una sede con la previsione di cassa.
Da dove si comincia, senza checklist da compliance. Tre routine bastano per partire, e sono proporzionate a un'azienda da pochi milioni:
Chi non ha in casa una funzione finanziaria può costruirla con un impegno proporzionato: è il lavoro che Reversea fa per le PMI italiane fra i 2 e i 15 milioni di ricavi, come direzione finanziaria frazionale, a fianco dell'imprenditore e in coordinamento con il commercialista. Lo strumento si costruisce in poche settimane. La routine è quella che resta in azienda.
L'assessment gratuito di Reversea parte dall'ultimo bilancio e da dieci domande, e dice dove l'azienda ha il controllo e dove lo perde. È il primo passo, e non impegna.
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